Agnone, 24 Giugno 2007 (Capracotta-Vastogirardi)

Eccomi di nuovo a raccontare. Un po’ perché ci sto prendendo gusto, un po’ perché Antonio mi ha gentilmente stimolata a rifarlo e un po’ perché voglio fissare queste giornate non solo nella mia mente ma anche sulla carta.

Da dove inizio? Beh dalla partenza! Con un po’ di ritardo, causa un imprevisto tecnico, raggiungo i miei compagni di viaggio.

Il tempo di presentarmi e poi si parte imboccando il piccolo sentiero. Stavolta siamo sulle orme dei nostri padri Sanniti. Una breve “rampicata” e raggiungiamo la strada sterrata, che consentendoci di andare a passo spedito ci conduce a “La Crocetta”, chiamata così perché forse a suo tempo era una sorta di crocevia dalla quale si diramavano diverse direzioni ed il simbolo è una croce posta al suo centro.

All’ombra di faggi ci raccontiamo di usi, miti e leggende delle piante. Dopo tre quarti d’ora di sosta, saranno un obbligo in questa giornata per riuscire a captare, si dice, tutte le energie del luogo, siamo di nuovo in cammino verso le mura ciclopiche. Testimonianza di epoca sannita si adagiano silenziosamente su Monte Cavallerizzo. C’è chi sostiene fosse una fortificazione e vista la posizione e la fama dei Sanniti di popolo forte e valoroso potrebbe essere un’ipotesi valida. C’è chi invece sostiene fosse un santuario o anche un recinto sacro, quasi a voler dare al popolo sannita un’immagine meno rude. Ma chi può sapere cosa accadeva su queste montagne più di duemila anni fa? Ah...se le pietre potessero parlare!

Ci dirigiamo poi alle cosiddette terrazze: dalla prima ci si apre un incantevole scenario. Qui sospesi scrutiamo il paesaggio, come forti ed impavidi Sanniti, ed ogni singolo elemento viene carpito dai nostri occhi: le Mainarde all’orizzonte, Vastogirardi, nostra meta, adagiato ai piedi dei colli, boschi che rivestono le montagne, interrotti qui e lì da spuntoni di roccia calcarea, verdi praterie che offrono ancora nutrimento a greggi di pecore. La seconda terrazza, adiacente alla prima, offre uno scenario più attuale: ampie distese occupate dai moderni mulini a vento. Servono a dare energia pulita...è l’unica consolazione che possiamo darci di fronte ad un simile impatto.

Ci fermiamo per il pranzo, a cui segue una lunga sosta di lettura.

Riprendiamo il viaggio, ma prima andiamo a fare visita al grande faggio che è nel bosco. Lo abbracciamo. Nel vederlo così imponente, ma allo stesso tempo amichevole, non possiamo fare a meno di  pensare a quanta gente ha incontrato nei suoi duecento, o anche trecento anni, a quante mani lo avranno accarezzato, quasi fosse un vecchio nonno. Se chiudiamo gli occhi forse potremo ascoltarlo!

Torniamo indietro a riprendere la stradina che, pure perdendosi qui e lì tra prati e pascoli semi abbandonati, ne sono testimonianza i vari arbusti di ginepro sparsi, ci conduce sulla stradina. Qui la vegetazione è cambiata. Siamo più in basso ed il faggio è stato sostituito da querce con tanto maggiociondolo...peccato che non sia in fiore, i suoi fiori gialli a grappolo avrebbero dato un’aria festiva.

Passiamo accanto ad un campo con delle balle di fieno. Antonio chiede un volontario e senza neanche pensarci un attimo mi offro...e così mi fa adagiare con la pancia sopra la balla e poi di schiena...e qui il mio incanto! Vedo il mondo al contrario: il prato diventa un cielo verde picchiettato di fiori variopinti, le montagne hanno le loro cime verdi che si immergono in un prato azzurro!! Non riesco a togliermi da questa posizione...voglio che questo quadro rimanga indelebile nei miei occhi! È come guardare le cose da un’altra angolazione; a volte cambiando prospettiva tutto può apparirci ancor più meraviglioso!  Antonio mi culla ed io rido di gioia e penso che un momento così, nella sua estrema semplicità, era un piccolo tassello che fino ad allora era mancato nella mia vita! Perché per me la vita e così: tanti tasselli che alla fine formano il puzzle, donandogli un senso.

Lasciamo quel campo che mi ha regalato un attimo di spensieratezza ed arriviamo a Campo Sant’Angelo, lì ci sono i resti di un tempio sannita del II sec. a.C. Ci sono poche notizie a riguardo, ma un non so che di sacro respira in quelle pietre.

L’acqua fresca della fontana infine ci disseta, la giornata è stata calda, ma per fortuna gli alberi amici ci hanno protetto dal sole. Il ritorno a Capracotta è stato esilarante: in quattro persone nel singolare furgone di Antonio, che al massimo ne porta tre. Fortunatamente sono piccolina e ce l’abbiamo fatta senza intoppi.

                                                                                                                      Isabella

P.S. Un consiglio spassionato a tutti: provate anche voi l’esperienza delle balle di fieno...e poi saprete dirmi!!!!!